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Q di Quante Università possibili: processo all’Università

21 aprile 2017

Milano, 20 aprile 2017. La sala Tahoma di Tempo di Libri si è trasformata per un’ora e mezza in un’aula di tribunale in cui si è celebrato un processo all’Università che si è risolto con l’assoluzione (non a formula piena) dell’imputato.

È stato un esperimento giocoso nella forma ma serissimo nella sostanza. La formula teatrale delle serie americane ambientate in tribunale è stata scelta da AIE per riflettere attorno alla funzione sociale dell’università: quanto è in grado di garantire adeguati livelli di mobilità sociale?

Gli attori che hanno accettato la responsabilità di animare il dibattimento sono stati Pietro Perconti, filosofo, pro-rettore alla didattica Università di Messina nelle vesti di avvocato dell’accusa; Gianfranco Viesti, economista, Università di Bari, autore de Università in declino (Donzelli 2016) nelle vesti di avvocato della difesa.  Maria Cristina Cedrini, Segretario generale della Fondazione Bracco come testimone dell’accusa insieme a Elena Ghio, studentessa dell’Università di Torino. Antonio Banfi, giurista dell’Università di Bergamo come testimone della difesa insieme a Federica Laudisa, dell’Osservatorio regionale per il diritto allo studio, Regione Piemonte.

Il giudice Giulio Enea Vigevani, professore di Diritto costituzionale all’Università di Milano Bicocca ha inaugurato l’udienza ricordando la gravità dell’accusa: abdicare al ruolo di “ascensore sociale” significa violare il principio costituzionale secondo cui “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Docenti, studenti, istituzioni e rappresentanti delle aziende insieme a esperti di studi del settore si sono impegnati a costruire argomentazioni credibili per descrivere la realtà in cui si trova l’Università italiana.

Al termine, la giuria popolare, composta dagli studenti presenti in sala, ha accolto la tesi della difesa, secondo cui il delitto è indubbiamente compiuto, ma l’imputato è sbagliato. Le Università sono messe infatti nelle condizioni di non riuscire a svolgere il ruolo che la Costituzione assegna loro da politiche che non mettono l’università al centro delle priorità del Paese. Di grande efficacia l’interrogatorio di Federica Laudisa che – con toni appassionati – ha ricordato come l’Italia investe in borse di studio la metà della Spagna e un quarto di Francia o Germania. Di più: la metà di questi investimenti vengono dalle tasse che gli stessi studenti pagano al momento dell’iscrizione, caso unico in Europa.

L’accusa ha invece richiamato responsabilità specifiche delle Università. Invece di concentrarsi sugli studenti e su scelte volte a promuovere il diritto allo studio, e a garantire una migliore didattica, si è concentrata su tematiche tutte interne. A sostegno della tesi, Rebecca Ghio ha ricordato come anche prima dei gravi tagli di bilancio subiti a partire dal 2008 le politiche a favore del diritto allo studio erano insufficienti. Dal punto di vista del mondo imprenditoriale Maria Cristina Cedrini ha ricordato come, nonostante in questi anni il dialogo tra le università e le imprese sia aumentato, i dati ci dicono che la distanza tra la domanda di professionalità espressa dalle imprese e competenze degli studenti in uscita si è ampliata.

Argomentazioni valide, ha riconosciuto lo stesso Gianfranco Viesti a nome della difesa, chiedendo tuttavia l’assoluzione – sia pure con formula dubitativa – per l’isolamento in cui le università sono lasciate dal paese, e non solo dalla politica. Tesi risultata vincente, nonostante l’appello di Pietro Perconti a non indulgere nel tipico benaltrismo italiano, troppo incline a dar la colpa ad altri.

 

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